L’accessibilità non è una questione etica
Friday 10 October 2008 Marco Bertoni, ultimo aggiornamento: Saturday 18 October 2008.
Durante un recente incontro mondano si son rizzati i capelli in testa a una mia amica, a forza di sentir parlare dell’accessibilità come di un fare etico. È intervenuta nella discussione ma, come spesso accade, i relatori non hanno realmente risposto alle sue domande. È curioso come alcuni cosiddetti esperti di accessibilità si imbarazzino quando di fronte a loro c’è una persona disabile in carne ed ossa, e non una statistica.
L’idea che l’accessibilità sia solo una questione etica è un retaggio della cultura cattolica in cui siamo immersi. In questa visione di fronte alla diversità, alla sofferenza, alla povertà, dominano i concetti di filantropia e beneficenza. Concetti egoistici perché appagano l’ego (ci sentiamo più buoni) mantenendo inalterate le differenze sociali.
Svilire l’accessibilità riducendola a una presa di posizione etica nei confronti del disabile significa:
- Applicare l’obsoleto modello medico di definizione della persona disabile. Questo significa ignorare che l’esperienza di tutti è migliorata dalla progettazione accessibile. Sto parlando di me e di te, insieme ad anziani, persone con problemi minori di vista o cecità ai colori, persone con disabilità temporanee, persone con lievi difficoltà cognitive, persone prive di alfabetizzazione informatica ecc.
- Non comprendere che progettare in maniera accessibile e usabile è una questione di professionalità. Sono competenze di base che un qualsiasi professionista deve avere. Non è una questione di comportamenti moralmente appropriati: l’artigiano che costruisce una rampa in cemento per carrozzine può anche fregarsene dei disabili, l’importante è che sia un bravo costruttore di rampe.
- Non comprendere che l’accessibilità è un business. Non so più come dirlo: gli standard del Web e l’accessibilità (insieme all’usabilità e all’architettura dell’informazione) sono un’opportunità di business, perché, per esempio, migliorano la qualità generale di un sito, l’indicizzazione nei motori di ricerca e, di conseguenza, il numero di nuovi potenziali clienti, l’immagine dell’azienda, la comunicazione e così via. L’accessibilità incrementa il fatturato. I manager di molte aziende estere lo hanno capito e le loro scelte, credetemi, non sono governate dall’etica.
- Lasciare il campo libero a chi, per motivi diversi, non desidera che l’accessibilità diventi una realtà in Italia (dirigenti della pubblica amministrazione, manager di aziende che lavorano nel pubblico, politici, sviluppatori e project manager ignoranti ecc.). Se l’accessibilità è considerata solo una questione etica e non un imperativo professionale, allora diventa una questione di scelta, una beneficenza al disabile. Non c’è niente di più odioso e sbagliato per me.
Insomma l’accessibilità in Italia è proprio una questione di cultura. Ma spesso sono gli esperti che prima di dire castronerie dovrebbero fare i compiti a casa.
Finché la disabilità sarà considerata una menomazione, un’amputazione permanente di competenza sociale, proprio da chi, con il suo lavoro, dovrebbe occuparsi di eliminare le barriere tra le persone, ci sarà ben poco da fare.
L’accessibilità è un imperativo professionale. È un business. È un modello di comunicazione.

