Storie di ordinaria accessibilità: anonimo n.2
Thursday 9 October 2008 Marco Bertoni, ultimo aggiornamento: Thursday 9 October 2008.
Una nuova bella testimonianza di accessibilità.
Lavoro presso un importante ente pubblico e circa due anni fa mi sono trovata per caso, praticamente senza alcuna preparazione, a lavorare sullo sviluppo di siti web e sulla formazione a distanza.
Il coordinatore del gruppo mi ha dato qualche indicazione sul linguaggio di marcatura e mi ha chiesto di iniziare a pulire il codice perchè così era previsto da una legge. Stop. Nessuno di noi ne sapeva di più.
Ho iniziato allora ad autoformarmi per capire di che legge si stesse parlando e ho iniziato a pulire il codice, appunto. Ma dalla lettura dei 22 requisiti ho capito che la legge parlava di molto, molto altro e che le mie pagine erano pulitissime ma non avevano molto a che fare con l’accessibilità.
Mi sono così iscritta al corso per redattori di siti web accessibili del CNIPA e successivamente ad altri convegni.
Il corso del CNIPA, anche grazie alla presenza di Marco, è stato utilissimo e mi ha stimolata ad avvicinarmi al tema dell’accessibilità considerando tutte le sue diverse angolature. A pensare cioè alla legge non come a un gravoso obbligo al quale assolvere aderendo tecnicamente ai requisiti, tanto per avere le carte in regola: una passata del validatore e via che sei a posto.
Dopo il corso, anzi subito dopo le prime lezioni, mi sono messa al lavoro coinvolgendo il resto del gruppo: ho iniziato a strutturare le pagine, a ridurre il testo, ad abolire il corsivo, a eliminare le immagini decorative e a dare senso agli alt delle immagini, e molto altro ancora.
Veramente sarebbe più corretto dire che ci ho provato: la battuta “la legge Stanca mi stanca” mi ha perseguitato per mesi.
La resistenza al cambiamento è stata grande, ottusa, irritante e prolungata soprattutto da parte dei responsabili della formazione e dei contenuti. E non solo perchè sembrava si dovesse lavorare di più, ma perchè sembrava che si andasse a “peggiorare” i siti, la visibilità dei contenuti, la gradevolezza, l’attrattività. E che in fondo fosse inutile: “Figurati se un cieco si mette a seguire un nostro corso o visita i nostri siti”, “Facciamo così: scriviamo che questo sito non è accessibile ai ciechi e siamo a posto”. Sic. Che dire?
Allora ho iniziato a lavorare in silenzio, ma con decisione, con la collaborazione dei colleghi sensibilizzati. A lavoro fatto, mostravo una pagina accessibile e la mettevo a confronto con la sua versione precedente: nella maggioranza dei casi i grandi cambiamenti alle fondamenta, così ostacolati, non erano molto visibili in superficie e le pagine erano più leggere, più ordinate, più tutto.
Progressivamente la cosa è stata recepita, gli ostanti se ne sono andati e si sono aggiunte persone responsabili che hanno capito l’importanza della legge e ho avuto più libertà decisionale.
Ho creato delle linee guida per la produzione di contenuti accessibili e vigilo costantemente sui materiali che vengono inseriti.
Continuo a formarmi, ma mi rendo conto che c’è ancora molto da fare per rendere i nostri siti veramente accessibili.
Intanto sono riuscita a far capire a molti che un sito accessibile è un sito migliore per tutti.
La strada è in salita ma di grande soddisfazione.
Grazie

Thursday 9 October 2008 19:52
Leggere di esperienze come questa mi tira davvero su il morale. E questo è per me un periodo pessimo sotto molti punti di vista per cui la cosa assume ancora più valore. Politici e burocrati ottusi dovrebbero provare solo infinita vergogna di fronte alla gente che lavora sul serio. Per non parlare degli zombies dell’accessibilità, quelli poi li manderei in miniera.
Friday 10 October 2008 9:25
Queste son cose, lasciatelo dire. Grazie a te che hai voluto condividere con noi la tua esperienza! Da parte mia invece di incontrare persone positive e propositive incontro dei muri di ignoranza e impenetrabilità :S
Friday 10 October 2008 9:42
Anche questa è una bellissima testimonianza.
Il difficile è trovare persone sensibili a tali argomenti, ma l’importante è non demoralizzarsi se non si ottengono risultati subito. E’ praticamente impossibile che succeda in tempi brevi, a maggior ragione in Italia.
Prima o poi però i fatti dimostrano che ci sono vantaggi evidenti a seguire il sentiero dell’accessibilità, anche dove non è obbligatoria, e questa è la dimostrazione.
Friday 10 October 2008 11:19
Dopo la chiusura del “nostro” ufficio, ho avuto anche io un periodo difficile. E’ vero, certe passioni costano la salute, certe violenze ti soffocano e ancora di più quando non sai bene con chi e come prendertela.
Però, da un altro punto di vista, forse ci voleva un cambio di passo, magari non così violento e radicale, ma forse sì.
Perché il cammino dell’accessibilità non può passare dalla “legge” come se fosse scolpita nel marmo. Non sono d’accordo nemmeno più sui monitoraggi e i protocolli, non servono a niente in questa fase, che è ancora di scoperta, crescita, comprensione.
Il pensiero più diffuso è “se faccio questa cosa andrò in Paradiso”, una specie di assistenzialismo senza capire perché e per come.
Quando poi uno ci prova, succede come in questa testimonianza, e “un sito accessibile è un sito migliore per tutti. La strada è in salita ma di grande soddisfazione”.
Grande soddisfazione.
Friday 10 October 2008 15:34
Vorrei citare due frasi di quest’anonima dipendente di un grande Ente Italiano:
La resistenza al cambiamento è stata grande, ottusa, irritante e prolungata soprattutto da parte dei responsabili della formazione e dei contenuti.
Ed anche
Si sono aggiunte persone responsabili che hanno capito l’importanza della legge e ho avuto più libertà decisionale.
Questo è ciò che blocca lo sviluppo dell’accessibilità in molti contesti. Io ho vissuto un’esperienza simile, ma dopo tanta fatica, non mi è stata concessa quella “libertà decisionale” che avrebbe consentito al progetto di avere una sua forma e suoi obiettivi specifici. Brunetta, punendo i dipendenti, dimentica che il loro “fannullismo” è spesso il risultato di una gestione del personale fatta male e senza motivazione: sono i dirigenti il vero cancro di questa Pubblica Amministrazione, parlo per esperienza personale. Sono loro che non capiscono l’importanza di questi progetti, sono loro che non concedono libertà a chi vuole fare qualcosa di concreto, non per mettersi in tasca dei soldi ma per condividere un principio (contenuti per tutti) che dovrebbe stare alla base di ogni pubblica amministrazione.
Monday 13 October 2008 18:39
@Livio:
Mi trovi d’accordo sulla questione del monitoraggio. Anzi, se ben ricordi, feci più di un’obiezione quando fu prospettato lo schema con tre distinte verifiche per ogni PA. Avevo previsto che molte amministrazioni non avrebbero rispettato i tempi. Ma non solo per la mole di lavoro che gli si richiedeva, soprattutto per l’atteggiamento censorio che ha una verifica scritta. Sarebbe stato meglio proporsi in una maniera più consulenziale, magari con visite programmate alla sede della PA per poi redigere un unico rapporto conclusivo una volta terminato il periodo di “aiuto”.
Paradossalmente l’esperienza del monitoraggio è servita più a noi per affinare la metodologia di verifica tecnica che alle amministrazioni. Se vogliamo dirla tutta anche la delega alle società di valutazione delle verifiche tecniche è stato un errore. Le società di valutazione vanno benissimo per le verifiche soggettive, sempre se hanno un panel di disabili serio (non sono sicuro che tutte le società in questione ce l’abbiano), ma le verifiche tecniche andavano delegate fin da subito a professionisti esperti e riconosciuti. La maggior parte delle società di valutazione, infatti, si è inventata gli esperti tecnici tirandoli fuori dal cappello a cilindro. Dipendenti o consulenti che provenivano da ambiti molto differenti e di accessibilità sapevano poco o nulla…
E vero che ci voleva un cambio di passo, ma verso il meglio.