Perché cercano ancora di spiegarci Internet?
Sunday 17 August 2008 Marco Bertoni, ultimo aggiornamento: Tuesday 2 September 2008.
Prendo spunto da un articolo di Paolo Galli per fare quattro chiacchiere.
Paolo stigmatizza una puntata della rubrica Benjamin di Gianni Riotta in cui si presenta un libro sulla Rete di Carlo Formenti. Guardate il video e soffermatevi su Riotta: è uno spasso. Le disarmanti semplificazioni di Riotta imbarazzano anche Formenti, che tenta più volte di restituire dignità alla conversazione.

Non discuterò del libro di Formenti, in genere mi risparmio la lettura di questi libri (specialmente se dichiaratamente politici), per cui non ne posso parlare. Con Formenti poi è un deja vu. Se non ricordo male circa otto anni fa partecipai a Genova alla presentazione di un suo libro sulla Rete e dopo averlo ascoltato, me ne andai decisamente sconfortato. Lo ripeto per i duri d’orecchio: questo articolo non è, e non potrebbe essere: prima dovrei almeno leggerlo ;), una critica al libro di Formenti.
Mi interessa più in generale spiegare perché considero futile questo intero genere letterario.
Innanzitutto perché chi scrive questi saggi appartiene quasi sempre all’antipatica élite culturale degli anni 70/80 del secolo scorso. L’acume di questa generazione ha contribuito a consegnarci l’Italia allucinante che stiamo vivendo. Non è un caso, anzi è decisamente ironico, che oggi siano quasi tutti borghesissimi docenti universitari, giornalisti o direttori di giornali, esperti di comunicazione, sociologi ecc. Per quale motivo noi lavoratori dovremmo fidarci delle analisi di questi cattivi maestri? E per quale motivo dovremmo pagargli la pensione? Ovviamente sto scherzando, il 5% dell’introduzione del libro di Formenti è interessante ;).
Ecco qualche motivo più serio per giustificare questa mia avversione generica nei confronti dei vari profeti della Rete.
In primis la metodologia: spesso questi saggi parlano degli utenti, senza conoscere gli utenti. Senza averli osservati sul campo, o almeno senza qualche test di laboratorio1. Si pontifica sulle motivazioni ad agire delle persone, sull’influenza della Rete su di loro, dimenticandosi che una teoria di riferimento non basta a spiegare il comportamento altrui o le dinamiche di un ambiente come il Web. Il rischio è quello di pubblicare in buona fede un bel po’ di inferenze indebite.
In secondo luogo questa tendenza a confondere il Web con Internet, a considerare una parte come il tutto, rende, almeno a me, davvero poco credibili alcune generalizzazioni sugli “effetti” della comunicazione mediata dal computer che alcuni autori fanno. Oltre al fatto che è ancora una minoranza dell’umanità quella che naviga.
Ma c’è un fattore ancora più importante: l’enfasi catastrofica o giubilante rispetto alla Rete che caratterizza molti scritti profetici.
La storia di tutte le innovazioni tecnologiche, dal telegrafo (l’Internet dell’epoca vittoriana) alla Rete, ci insegna che le iniziali reazioni dei commentatori si polarizzano sempre sull’esaltazione o sull’isteria rispetto al nuovo strumento. Si creano veri e propri miti rispetto alla tecnologia in questione, in un senso o nell’altro (per esempio una volta si riteneva che il telefono rendesse sordi o che il corpo umano si sarebbe disgregato se la velocità di un’auto avesse superato le 20 miglia l’ora).
Nel caso di Internet, abbiamo da un lato l’esaltazione della libertà in rete, delle possibilità di estensione della socializzazione, dell’annullamento delle barriere spaziali e culturali nell’ottica di una democratizzazione globale e dall’altro il timore della disumanizzazione delle relazioni, la fobia del controllo politico o economico, la disgregazione delle strutture sociali e dei valori. Chi scrive un libro su questi argomenti si colloca inevitabilmente vicino a uno dei due poli del continuum. A volte praticandoli entrambi a distanza di tempo e caricando, quindi, l’analisi della tecnologia della soggettività del suo percorso umano personale.
E se Internet fosse solo una banale, terrena, tecnologia2 finita naturalmente nell’eterna zuffa tra tecno-fobici e tecno-entusiasti? Questa è la posizione di Sterne, in barba al determinismo tecnologico che vorrebbe le nuove tecnologie come cause primarie di cambiamenti storici, sociali e psicologici.
La compulsione che assale giornalisti e studiosi vari inducendoli a straparlare di una nuova tecnologia è strettamente legata alla sua visibilità. Una tecnologia è invisibile quando diventa compiutamente una protesi del corpo. Un esempio di tecnologia invisibile è il telefono: non siamo più scettici o entusiasti in merito ad esso, lo usiamo e basta. Internet, almeno nella cultura occidentale, è sulla strada verso l’invisibilità per le ragioni che sappiamo: la diffusione del pervasive computing, il relativo basso costo della banda larga, la diffusione in ambito scolastico ecc.
Quando si ragiona sulle implicazioni di una nuova tecnologia non bisogna mai dimenticare che gli utenti ne determinano lo sviluppo almeno quanto essa li cambia. Le persone non sono passive. Le cause e gli effetti si confondono. Ci sono esempi di nuove tecnologie perse nell’indifferenza del pubblico, o al contrario, di innovazioni la cui portata non era stata minimamente prevista da sociologi, politologi o esperti di marketing (per esempio gli SMS).
Mi viene in mente la teoria economica classica che considera l’uomo come un agente razionale e, a causa di questa semplificazione, non ha quasi mai azzeccato una previsione sul comportamento del mercato. Alla fine, quando crolla, è sempre una sorpresa per tutti.
Siamo davvero sicuri che una bella fetta di ciò che oggi chiamiamo Web 2.0 non potrebbe, prima o poi, fare la fine della tecnologia push di fine millennio? Non ve la ricordate eh? Leggete questa intervista del 1997 tratta dall’archivio del programma Mediamente. Ovviamente è difficile che succeda, anche perché il cosiddetto Web 2.0 nasce da un cambiamento di paradigma (interazione, collaborazione, condivisione e partecipazione) piuttosto che da vere innovazioni tecnologiche, che nel Web 2.0 proprio non ci sono (forse con l’esclusione di RSS, anche se ad essere onesti risale al 1997 ed è basato sul “vecchio” XML, come del resto l’oggetto XMLHttpRequest dell’Ajax). Insomma è la stessa roba di prima, ma molto più social. Chi può impedire nel futuro un altro cambiamento di paradigma? Nessuno.
L’impatto di Internet sulla comunicazione (e viceversa) non può essere ridotto a un’analisi da salotto radical chic o da lezione universitaria ideologizzata. Chi lavora sul serio nella e con la Rete, ha da tempo imparato che le analisi e le profezie sono vacui esercizi di stile. Che le università italiane e i media tradizionali non fanno seriamente cultura sul Web, non hanno gli strumenti per farlo (sono “vecchi” e politicizzati). Abbiamo imparato a sospendere il giudizio sulla Rete, anche per evitare brutte figure. E anche un po’ a ridere di utopie e distopie sugli effetti delle nuove tecnologie.
Per questo dovreste diffidare di chi ha posizioni radicali e/o profetiche rispetto a un’innovazione tecnologica e alle sue implicazioni nella vita, nella società, nella politica. Dove esiste una polarizzazione estrema, per esempio determinismo tecnologico versus costruttivismo sociale, siamo di fronte a un’immaturità sia della tecnologia (perché una tecnologia matura è invisibile) sia, forse, dello studioso.

Sunday 17 August 2008 20:17
Il fatto che il libro recente di Carlo Formenti è esattamente questo: una critica alle idee messianiche e radicali che circolano sulla Rete, sia in positivo che in negativo.
Ma il limite della blogosfera, ormai si sa, è proprio questo: è appiattito sulla tivù ed i giornali e commenta interviste e recensioni ed ediotariali. I libri sono troppo lunghi, troppo complicati, troppo scritti…
Sunday 17 August 2008 21:07
Mah… sarà. Come ho detto del libro di Formenti ho letto solo l’ìntroduzione, l’unica parte liberamente scaricabile, e quindi non posso esprimere giudizi in merito.
Invidio molto le tue certezze sui limiti della blogosfera, o su cosa effettivamente sia. Sono sempre colpito da queste analisi, da queste “verità rivelate”. Io con la Rete, in un modo o nell’altro, ci lavoro da oltre dieci anni e non ho mai avuto tutte queste certezze. Al contrario, ho visto parecchie sagaci cyber-critiche scomparire nell’oblio dell’imprevedibilità della realtà.
In merito ai libri però ti sbagli: qui si leggono eccome (e si scrivono pure) ma si sceglie quali leggere e quali no. Il tempo, per chi lavora anche la domenica, è poco purtroppo. Inoltre la lunghezza e la complessità (o meglio la farraginosità all’italiana) non sono mai state una garanzia di qualità per le idee.
Monday 18 August 2008 14:41
Boh, spiegare internet? Avesse almeno una forma precisa… è come dire ti spiego qualcosa che ogni dieci minuti cambia. Non so se ha senso o se possa essere interessante. Di solito si cerca di spiegare qualcosa che non si capisce, e cosa ci sia di ignoto o di non comprensibile in Internet non lo so proprio. Ma mi sa che si intende ti spiego io cos’è l’utente di Internet, e qui c’è da ridere solo a pensare che esista un utente tipo di Internet.
Boh.
Monday 18 August 2008 14:54
Se volessi essere cattivo potrei dire che c’è chi della fuffa fa una professione. Insomma se imposti una buona struttura narrativa e hai un quadro teorico di riferimento e qualche libro da citare puoi scrivere qualsiasi cosa su qualsiasi cosa e vendere alla grande.
Da qualche parte ho un libro che disgraziatamente comprai qualche anno fa, dal titolo emblematico: “Il futuro di Internet”. Giuro che quando son depresso me lo leggo per tirarmi su :D.
Monday 18 August 2008 14:57
Eh, però te lo sei comprato :-)
Monday 18 August 2008 15:04
Eh, ma ero giovane :)
Tuesday 19 August 2008 18:56
Le cyber-critiche scompaiono, in quanto inutili e sgradite: non servono ne’ alle aziende ne’ a quanti hanno fatto di Internet la loro first life.
Le cyber-pompe, in compenso, prosperano e si ripetono anno dopo anno, impermeabili a qualsiasi conferma empirica.
‘Internet è il Regno della Verità’, ‘uno strumento senza precedenti per comunicare’, ‘una rivoluzione che cambierà tutti gli assetti di potere (e perciò i cattivi lo osteggiano)’, ‘favorisce il dialogo e la comprensione fra i popoli’, ‘informazione vuol dire libertà e su informazione ci sono tutte le informazioni che volete, quindi tutta la libertà possibile’ etc etc etc etc
Poi si va a vedere come la cosa si risolve in realtà, magari negli Usa, cioè in un paese in cui la rete è radicata più fondo e da più tempo che altrove e si scopre la tristissima realtà. Nei giorni scorsi la blogosfera americana ha esultato per l’ennesima vittoria sugli old media: l’ammissione delle scappatelle sessuali dell’ex candidato alla Vicepresidenza Edwards che giornali e tivù avevano tenuto nascoste a lungo benchè circolassero su blog e tabloid scandalistici.
Peccato che la rete non sia stata altrettanto ricettiva e preveggente riguardo alla crisi dei mutui, allo scandalo Enron, alla bolla del Nasdaq, alle elezioni del 2000, alla guerra in Irak (i blog americano erano a larga maggioranza favorevoli all’attacco), all’uragano Katrina etc etc.
In questi giorni la Rete è piena di pettegolezzi, calunnie e accuse contro Obama che nessun giornale o telegiornale ‘tradizionale’, per quanto repubblicano, si azzarderebbe a pubblicare: un’altra vittoria per la libertà…
Insomma, ci sarebbe molto da dire su quel che la Rete NON è e NON fa ma si preferiscono la balle consolanti.
Non si può parlare di Internet perchè è una realtà in continuo mutamento? Ma la realtà è sempre in continuo mutamento e se n’è sempre parlato: per esempio dobbiamo ridere di tutti quei blogger che parlano di politica (quasi tutti, direi) solo perchè questa è in continuo mutamento?
Well, you see what I mean.
Tuesday 19 August 2008 22:08
@Emerson:
1 - Le cyber-critiche scompaiono anche perché molto spesso sono cazzabubbole ;).
Non ho certo detto che non se ne può parlare perché è mutevole. Dico solo che a me (Marco Bertoni) questi testi socio-politici sulla Rete non interessano. Non ne sento il bisogno e l’utilità. E spiego, credo chiaramente, il perché. Ma questo non significa che non siano utili a qualcun altro, o almeno a chi li scrive ;).
Vorrei però suggerirti qualche riflessione: tu critichi la “qualità” della comunicazione nei blog, sostenendo, se ho capito bene, che questa libertà tanto decantata è in un certo senso sprecata con il gossip. Che i blogger non fanno analisi politica seria o impegno sociale, e che, quando si esulta per le vittorie della Rete sui media tradizionali, lo si fa per cose futili.
2 - Ho già chiarito, ma mi sembra che tu sia d’accordo, che l’entusiasmo per questa presunta libertà del Web è solo uno dei poli della fase “ingenua” dello sviluppo di una nuova tecnologia di comunicazione. Quindi questa “tristissima realtà” di cui parli è solo La Realtà.
3 - Quest’etica della comunicazione che tu chiedi, questa responsabilità del blogger non ha molto senso per me. Per quale motivo la Rete dovrebbe essere sempre etica o responsabile? Il mondo per caso lo è? Perché un blogger dovrebbe esserlo? Per quale motivo tutti i blogger americani avrebbero dovuto ripudiare la guerra?
Questo tuo ragionamento è un esempio sottile di determinismo tecnologico, forse tuo malgrado. La Rete non è nulla di diverso dal mondo: le persone socializzano e comunicano su Internet e lo fanno con gli stessi desideri, le stesse aspettative e la stessa intelligenza che hanno nel mondo “fisico”. Ecco il perché del gossip. E se uno è conservatore e guerrafondaio nella vita lo sarà anche nel suo blog. Non ha senso aspettarsi dalla Rete qualcosa di più della realtà. Come non ha senso pensare che il Web sia immune dal controllo politico o dalle speculazioni economiche, è il mondo che è così. Così è la vita: fa un po’ schifo a volte. Dobbiamo davvero ancora discutere su queste ovvietà? Tutto questo bailamme sulla deriva populista della blogosfera, sulla mancanza di contro-informazione seria ecc. è solo una delle facce dell’isteria sulla Rete. Pensa all’Italia di questi anni e poi chiediti perché diavolo i blogger Italiani dovrebbero essere migliori degli italiani tout court. Se stessimo parlando del telefono, ti aspetteresti forse che la gente manifestasse al telefono idee diverse da quelle che ha nella vita, o che la “telefonosfera” dovesse essere etica e progressista per definizione? Non credo.
Infine un po’ di speranza dai: non è vero che la blogosfera è piena solo di superficialità.
Wednesday 20 August 2008 17:53
In realtà volevo dire una cosa un po’ diversa e più limitata: l’ideologia di Internet promette meraviglie di sviluppo individuale e collettivo favolose e il linguaggio della rivoluzione si spreca; io (ma a quanto pare anche tu) noto che queste meraviglie o non ci sono o sono in ritardo e comunque vengono assieme a cose che meraviglie non sono per niente.
Così approvo quegli autori (Formenti, ma anche Lovink e Carr, in parte Keen) che cercano di descrivere la Rete e le sue potenzialità con un certo equilibrio.
Per quanto mi riguarda sono portato a notare le cose negative: di recente il NYTimes ha pubblicato un lungo e agghiacciante articolo sui troll, un aspetto della cultura internettiana che agli ideologhi della Rete non piace troppo contemplare. Ma esito a darne un giudizio radicalmente negativo per il banale motivo che ci sto anch’io e ci trovo il mio piacere e la mia utilità.
Così, ripeto, mi limito a mettere in guardia dagli entusiasmi, sia quelli sinceri che quelli interessati, e vedere le cose da un punto di vista scettico ma non chiuso.
Wednesday 20 August 2008 22:07
Credo che il punto sia proprio questo: l’equilibrio. Lovink lo ho ordinato da Amazon e lo aspetto a giorni ;).
Il discorso su troll è molto interessante. Difficile da affrontare anche perché presta facilmente il fianco ai teorici della comunicazione deficitaria su internet (disinibizione e aggressività, deindividuazione, mancanza del non verbale ecc.), mentre da tempo queste teorie che tendono a considerare la comunicazione in rete in maniera prevalentemente negativa, o quantomeno deficitaria, sono state parecchio ridimensionate: la comunicazione è un bisogno talmente primario per l’uomo che la comunità è in grado nel tempo di modellare qualsiasi mezzo in modo da sopperire almeno in parte alle mancanze. Studi longitudinali con gli utenti hanno dimostrato che spesso la comunicazione online (sincrona e asincrona) può addirittura essere qualitativamente migliore di quella FtF.
Saturday 6 September 2008 7:55
E sul discorso dello spiegarci internet, hai visto http://www.codiceinternet.it ? Parlano di grandi eventi per diffondere internet, grandi nomi all’evento di apertura… ma a parte un paio di iscritti a quel ning (tra cui il nostro amico Emil) non mi sembra ci sia sta gran crema del Web. Tra l’altro nei vari argomenti/temi di discussione ne manca uno a noi ben caro :-)
Saturday 6 September 2008 9:40
Ho dato un’occhiata veloce e non mi sembra un’iniziativa malvagia. L’idea della community è molto duepuntozero (o trepuntozero? Dannazione ho perso il conto…). Potresti partecipare tu portando il discorso sull’accessibilità. Non ho indagato bene ma mi pare siano aperti a collaborazioni. Cito dalle loro FAQ:
Anche se confesso che l’enfasi e l’entusiasmo per la Rete che si respirano li mi fanno un po’ sorridere.
Aggiornamento: ho spulciato un po’ meglio e ho visto che c’è Antonio Grillo che prova a far passare il messaggio che:
Ma non mi pare lo considerino molto. Non sarà che siamo di fronte al solito evento fighetto per fighetti milanesi? ;)
Saturday 6 September 2008 15:06
Per me c’hai ragione… sembrerebbe un gruppo di fighettini bloggaroli che si muovo in occasione di Europa 2010. Spero di sbagliarmi… ma ho il naso alla Pippo Franco per ste cose ;-)
Saturday 6 September 2008 17:34
Ecco tu ce l’hai metaforicamente il nasone… io sul serio! LOL