Secondo round
Sunday 8 June 2008 Marco Bertoni, ultimo aggiornamento: Sunday 8 June 2008.
Continua la discussione con semioticmonkey.
Nel suo nuovo articolo semioticmonkey1 premette:
Una premessa é doverosa. Non mi ritengo ‘rivale’ di alcuno perché non combatto per primeggiare. Mi limito ad argomentare. Se la discussione si rivelerà proficua, tanto meglio. Altrimenti si tornerà tutti alle proprie attività.
È ovvio che sono d’accordo. Ma a me piace l’ironia, quindi quando parlo di “rivali” non lo faccio sul serio. Soprattutto, come regola di vita, non prendo mai troppo sul serio né me stesso né le mie opinioni (che sovente cambiano).
Il titolo del nuovo articolo di semioticmonkey “Per una accessibilità fallibile. Invito al dialogo”, presuppone due cose: che l’accessibilità sia considerata infallibile da chi la studia e la pratica come me. E che noi non si sia aperti al dialogo costruttivo. Niente di più sbagliato.
E’ necessario però fare alcune premesse per poter continuare seriamente il discorso.
- L’oggetto dell’accessibilità sono le persone disabili e la disabilità. Parlare di accessibilità senza considerare ogni tipologia di disabilità e senza inserire nel discorso il disabile è futile. L’UCD (User-Centered Design) applicato all’accessibilità non può prescindere dalle peculiarità fisiche, e quindi dalle esigenze, dell’utente disabile. La bravissima Shawn Lawton Henry ha scritto un bel libro in merito.
- La legge 4/2004 si rivolge esclusivamente alle pubbliche amministrazioni, le società private non sono in alcun modo tenute ad applicarla. la legge Stanca non è neppure un sinonimo di accessibilità. Se si parla di accessibilità in generale ci si rivolge a chiunque approcci al web con responsabilità sociale, dal blogger alla multinazionale. Se si parla della legge 4/2004 gli interlocutori sono esclusivamente le amministrazioni pubbliche italiane e le aziende private che lavorano con esse.
- Nessuno obbliga un’azienda a lavorare per il settore pubblico. Se lo fa deve assumersi anche gli obblighi (di legge e di qualità) che ne derivano. Se il gioco non vale la candela, lasci il campo libero ad altri2. Quando si parla di settore pubblico le considerazioni meramente economiche e di mercato devono avere un peso differente rispetto al mondo del privato. Se non fosse così il welfare non esisterebbe neppure.
In merito a Flash e accessibilità affermi:
Chiedo scusa ma sono utente Mac e Linux (debian) ed uso Windows quotidianamente per double-check. I miei problemi sono pratici e richiedono risposte concrete non Adobe PR.
Seguo con attenzione gli sviluppi multipiattaforma senza cedere alla via facile del numero.Confondere l’output con il framework che rende possibile il delivering dell’output è sbagliato?
Come si conta di visualizzare un swf senza il player che lo rende visualizzabile?
Come si ha un bicchiere d’acqua dal rubinetto senza la rete idrica?
Senza una lingua esistono le parole?
Possiamo scrivere una funzione senza un sintassi formale di programmazione?
E così via.
Io sono uno terra terra. Per me l’importante è che il designer Flash si preoccupi una volta tanto dell’accessibilità dei suoi prodotti. Quello che desidero è che il designer sviluppi animazioni Flash applicando tutti i criteri e le tecniche di accessibilità che la sua piattaforma gli consente. Il resto verrà col tempo.
Cito nuovamente un mio vecchio articolo:
E’ vero che il tiro al Bill Gates è sempre stato, e spesso a ragione, lo sport nazionale. Ma non si dovrebbe dimenticare che Microsoft, in materia di accessibilità delle applicazioni, si è mossa per prima e che solo recentemente Apple e Mozilla hanno migliorato i loro prodotti nel senso dell’accessibilità (consentendo, per esempio, agli screen reader Jaws e Window-Eyes di utilizzare Firefox). Quindi i rimproveri, se ci sono, andrebbero indirizzati ai competitors di Microsoft.
In merito al requisito ventuno mi rispondi:
Nope. Esiste un concetto vecchio come il bacucco (lo trovi nelle prime Apple HIG - Human Interface Guidelines) che si chiama Hotspot. Un pixel di differenziazione basta ed avanza se si ha cura del layout degli hotspot. Se poi il designer dorme e cazzeggia allegramente con i tutorials sul css, le regolette del SEO etcetera invece di studiare l’abc del GUI design, il problema non é del pixel ma del designer. Diamo una svegliata ai designer e tutto verrà di conseguenza. Limitiamo il ‘designer’ ai corsi regionali e scuole dove si limitano ad insegnare a cliccare bottoni in Dreamweaver e Fireworks ed ecco che abbiamo questi risultati. Ancora una volta problemi di formazione e forma mentis.
Che poi occorra mettersi nei panni del’utente in questione, é assolutamente fuori discussione. Non saremmo neanche qui a discutere di tutto questo altrimenti.
Il fatto che tu continui ad affermare che “Un pixel di differenziazione basta ed avanza” mi fa pensare, non te la prendere, che tu non abbia grandi esperienze concrete con persone con disabilità motorie. Anche se affermi il contrario, continui a dimenticare l’oggetto dell’accessibilità: il disabile. Ti propongo un esperimento: prova ad attivare un normale pulsante di un form (posto ad un pixel di distanza da un altro) con l’emulatore di mouse, le mani dietro la schiena e usando la bocca (con una matita o una bacchetta qualsiasi) per interagire con la tastiera. Non dico che non ci riuscirai, ma forse ti sarà più chiaro il perché le associazioni di disabili motori hanno chiesto di incrementare queste distanze.
Qui conta il disabile, come persona concreta che ha gradi di libertà e limiti peculiari da comprendere e porre innanzi a qualsiasi teoria/convenzione di design.
E se aspettiamo il risveglio dei designer siamo fritti. In linea di principio concordo con questa necessità, lo sai, ma c’è anche il mondo reale in cui le cose stanno come stanno e in cui questi requisti, nella loro imperfezione, almeno danno una mano, sporca e subito, a chi ha a cuore l’accessibilità.
