Semplicemente

Accessibilità totale

Monday 19 May 2008 Marco Bertoni, ultimo aggiornamento: Tuesday 19 August 2008.

Ancora qualche parola sull’accessibilità, nella speranza che prima o poi arrivino i fatti.

Al convegno inaugurale del Web Senza Barriere Antonio De Vanna (il responsabile dell’Ufficio Accessibilità dei Sistemi Informatici del CNIPA) con chiarezza e lucidità ha spiegato che la legge 4/2004 prevede un processo evolutivo in quattro fasi1:

Accessibilità tecnica [...] Usabilità [...] Fruibilità [...] Accessibilità totale [...]

Ad oggi abbiamo sperimentato esclusivamente la prima fase. Indubbiamente la più semplice da realizzare: una serie di requisiti tecnici da applicare, a volte non proprio chiarissimi, ma facilmente interpretabili da uno sviluppatore di intelligenza media.

Lo sforzo per il tecnico web, infatti, è stato quello di imparare ad utilizzare correttamente i linguaggi standard del web, come spiega molto bene Scano in un suo recente articolo. Curioso che ci sia voluta una legge in Italia per iniziare a farlo.

La cosa per me davvero interessante è che la struttura di queste fasi rende necessaria una ridefinizione del concetto di accessibilità. Sono stufo di sentir parlare di accessibilità solo in merito alla pulizia del codice, al Web 2.0 ecc. L’accessibilità totale, come la chiama De Vanna, è qualcosa di più.

Per iniziare a muoversi verso l’ultima fase del processo è necessario accettare che nella definizione di accessibilità siano inclusi i concetti di usabilità e architettura dell’informazione. Ultimamente lo dico fin troppo spesso, ma parlo soprattutto a me stesso: ho davvero parecchio da imparare su queste due materie. Diffidate sempre di chi si presenta come massimo esperto di qualcosa.

Una cosa però mi è chiara: sono gli sviluppatori, i tecnici, che devono aggiornarsi. Dal basso. Perché la maggior parte dei tecnici “esperti in accessibilità” che conosco, di usabilità non ne sanno granché e perché purtroppo non è economicamente pensabile, per la maggior parte delle pubbliche amministrazioni, sostenere i costi dell’usabilità in outsourcing.

Un doveroso inciso: al WSB una docente dell’Università di Tor Vergata, diciamo “auto-invitatasi”, dopo aver bellamente deriso le WCAG ha avuto la faccia tosta di promuovere una sua azienda privata. In particolare, rispondendo a una domanda del pubblico - che chiedeva come si devono comportare le PA in merito - ha risposto di rivolgersi alla sua azienda. No. Le PA si auto-certificano l’accessibilità, e non hanno nessun obbligo di rivolgersi ad aziende private. Mi scuso con tutti i partecipanti che hanno recepito queste informazioni errate.

E’ vero, quindi, che l’usabilità costa. Ma è altrettanto vero che esiste un’ampia letteratura in merito alla quale attingere quando si affronta la costruzione o l’aggiornamento di un sito. Insomma l’allegato F fa paura (8.980 Euro per la verifica soggettiva di un sito), ma questo non giustifica la falsa credenza che un paio di testi alternativi e due tag rendano un sito “totalmente” accessibile. Come l’altrettanto falsa credenza che per incrementare l’usabilità del proprio sito sia obbligatorio rivolgersi a costosi “esperti”.

I test con gli utenti e gli studi di usabilità sono utilissimi. Sono alla base della letteratura di cui parlavo. Ma il web è un ambiente dinamico dove la costruzione del senso, le metafore di navigazione o i pattern sono continuamente ridefiniti dagli utenti (e dalle nuove possibilità tecnologiche). Mentre uno studio, nella migliore delle ipotesi, è la fotografia di una fase nell’evoluzione del mezzo2.

Citando l’amico semioticmonkey:

In fase di project planning (IA compresa) e successivo mockup il flusso operativo user-centric deve già essere sottolineato e alla base del design. Una questione di forma mentis, insomma, più che di test in laboratorio [...]

Esatto: è una questione di forma mentis. Quella forma mentis che abbiamo tentato di stimolare quest’anno al Web Senza Barriere e che, se ci sarà consentito, promuoveremo anche l’anno prossimo.

Consiglio di approfondire leggendo l’articolo Accessibilità. Tra il dire e il fare vi é di mezzo…la burocrazia di Semioticmonkey.

Note

  1. Vedi gli atti del convegno Web Senza Barriere [indietro]
  2. Vedi l’interessante scambio di idee con semioticmonkey [indietro]

9 Commenti a “Accessibilità totale”

  1. livio dice:

    D’accordo il project planning all inclusive ( e parlare italiano no, eh :-), ma nel 2008 non dovrebbe essere una banalità il dire “se hai un sito da realizzare, prima vedi di progettarlo”? e usabilità e fruibilità, non sono sinonimi?

  2. livio dice:

    ps: nel senso, non è una questione di forma mentis, è una semplice questione di professionalità… non comprerei il pane da un panettiere che mi chiede “ci metto anche il lievito nel pane?” “e la farina la gradisce?” Non cambiereste negozio? ma magari la forma mentis del panettiere quel tizio ce l’ha.

  3. Marco Bertoni dice:

    Ciao Livio, dunque: sarà anche una banalità come dici ma se fosse così l’Italia sarebbe disseminata di esempi di eccellenza nella progettazione web e di “esperti di accessibilità” che si siano almeno letti un libro di Nielsen.

    Sui sinonimi bisognerebbe sapere cosa intendeva dire Antonio nel separare queste due parole (io un’idea ce l’avrei ma lungi da me fare l’esegeta della parola di Antonio, per questo ho mantenuto il testo originale) in effetti nel glossario del DM 8 Luglio 2005 si legge:

    q) fruibilità: caratteristica dei servizi di rispondere a criteri di facilità e semplicità d’uso, di efficienza, di rispondenza alle esigenze dell’utente, di gradevolezza e di soddisfazione nell’uso del prodotto;

    In altre parole fruibilità = usabilità.

    Ma la sostanza non cambia: il messaggio è tutt’altro che banale. Chi parla (o straparla) di accessibilità in Italia si limita sempre al codice. Magari è ora di cambiare strada.

    Sul panettiere direi che in un mondo perfetto avresti ragione tu: nessun committente si rivolgerebbe a un professionista del genere, perché saprebbe riconoscerne le mancanze. Ma a giudicare dalla realtà del web italiano ti pare che succeda questo?

    Certo dovremmo intenderci sul significato che attribuiamo a forma mentis ma i significati delle parole dello scrittore sono attivamente reinventati dal lettore, quindi quando leggo non mi soffermo troppo sulle parole, se credo di aver capito il senso generale del discorso. Altrimenti leggere sul web sarebbe una guerra.

    In questo caso però non sono d’accordo, un panettiere con la forma mentis del panettiere non si sognerebbe mai di porre le domande che citi, perché per lui sarebbe ovvio che il pane necessita di entrambi gli ingredienti, dato che la sua “impostazione della mente” non potrebbe neppure concepire il pane senza farina o lievito (anche se l’esempio è capzioso perché il pane senza lievito esiste :P).

    Il web italiano (me compreso ovviamente, ammesso che io ne faccia parte) forse brulica di persone che hanno la forma mentis degli “esperti di”. Per i quali le proprie visioni sono le uniche corrette. Ecco perché è necessaria una ricostruzione culturale proprio della forma mentis del progettista web. Ma potrebbe anche essere che io spari un sacco di belinate: al lettore l’ardua sentenza.

  4. semioticmonkey dice:

    Ho gioia che tu abbia trovato qualcosa di interessante nelle mie quattro parole buttate giù di getto proprio in virtù della nostra discussione (della quale ti ringrazio). Quindi, se tu il ‘colpevole’ dello sfogo :)
    Ho gioia anche perché, scusami la svenevolezza, ci si sente meno ’soli’ in questa ‘battaglia’.

    Intervengo solo per chiarire alcuni punti ed aprire, si spera, un’altra proficua discussione su di un tema che, professionalmente e socialmente, mi sta molto a cuore.

    Fruibilità ed Usabilità non sono sinonimi, se guardiamo al comune uso dei termini e alla loro diacronia.

    Fruibilità sta a coprire un spettro semantico che significa la mera disponibilità all’uso. Mera possibilità di essere usato.
    Usabilità, invece, sebbene paia coprire lo stesso spettro sovrapponendosi a fruibile nei dizionari, si riferisce al come di questo uso, all’uso stesso.
    Un termine fa forza sul suffisso di possibilità (-bilis) in quanto permesso, l’altro in quanto possibilità dispiegata.
    Se infatti analizzi le radici, troverai che fruibile affonda la sua significazione in ‘fructus’ che è frutto(e quindi risultato), godere di qualche beneficio, servirsi, trarre vantaggio.
    Usabile, invece, viene da usus ( come noi diciamo ‘usi e costumi’) e implica le consuetudini (cui, per esempio, Nielsen fa sempre giustamente riferimento) con riferimento al loro lato ‘attivo’ e non di mera disponibilità (che, del resto, sarebbe impossibile. Un uso è tale proprio in quanto attivamente dispiegato. Attivo. Condiviso). Uso, esercizio, prassi sono i termini che meglio guidano nella comprensione di ‘usabile’.

    Nel nostro caso, la fruibilità dovrebbe indicare che un website è, per così dire, aperto all’uso (è possibile usarlo), ne posso trarre un qualche beneficio per il solo fatto della sua esistenza (ma non è detto che lo faccia) mentre ‘usabile’ sta ad indicare che l’uso effettivo é conforme a dei principi di familiarità, di prassi condivisa (su ‘prassi’ un certo Charles S. Peirce, ‘inventore’ della semiotica ha ancora moltissimo da dire).

    In altre parole, non esiste un web site ‘pubblico’ che non sia fruibile da qualcuno ma può esistere un web site ‘pubblico’ che non sia usabile.
    Mi fermo qui ché altrimenti va a finire che facciamo un seminario di linguistica di cui il mondo non ha bisogno :)

    Riguardo la ‘progettualità’ implicita nella realizzazione di un web site (o web application), è ovvio il contrario di ciò che dici.
    Mi spiego. Qui quello che fa problema non è il progetto in se, il suo essere necessario, ma il come di questo progetto. La relazione tra i termini che compongono gli elementi costitutivi del progetto come insieme. La configurazione del campo.
    Un panettiere può fare (e lo fa) uno schifo di pane, un altro può farlo buono (raramente). Entrambi sanno che devono usare il lievito ma vi è qualcosa, oltre il mero elenco degli ingredienti, che rende il pane di uno migliore di quello dell’altro.
    Qualcuno chiama questo ‘passione’. Qualcun altro ‘forma mentis’ che indica solo una relazione di tutto l’insieme cognitivo e non solo lo spazio limitato al campo di applicazione (il campo del fare il pane).

    Conosco fior fiore di developers che, messi dinanzi ad una GUI, tirano fuori il peggio di se. Perché?
    Se seguissimo il tuo dire potremmo ben concludere che non vi dovrebbero essere problemi di usabilità e che, ad esempio, Win Vista non dovrebbe avere i problemi di usabilità che invece mostra ad ogni piè sospinto.
    Avranno quelli di Microsoft (o Adobe o Oracle o Apple o…) progettato la loro applicazione? Evidentemente si, ne usufruiamo.
    Avranno curato la usabilità di questa? Evidentemente no, ci lamentiamo.
    L’assioma progetto = progetto usabile è insostenibile allo stato dei fatti in quanto, scusami, non vede il problema dove problema é.

    Che poi noi ci si nutra di banalità, mi pare cosa pacifica. Nessuno di noi sta tentando la Teoria del Tutto ma ognuno di noi cerca di porre l’attenzione su semplici usi quotidiani rivelandoli come importanti a coloro che queste banalità non vedono impegnati come sono sulla risoluzione del problema del senso della vita (o, meglio, del far profitto dando calci nel sedere al loro cliente e prendendosela con altri quando poi il cliente scappa, giustamente, a gambe levate).

    Chissà come mai i peggiori problemi sono quelli più banali, quello che ci stanno sotto il naso e che non vediamo.
    Un bambino ha molto da insegnarci con le sue domande banali. Se solo le ascoltassimo.

    Una citazione per chiudere
    “Quando un designer segue le convenzioni, gli utenti possono dedicarsi ai contenuti”
    Ci stiamo interrogando e spingendo ad interrogarsi proprio su quali siano queste convenzioni, perché esse siano convenzioni, a quali processi semiotici e percettivi essi obbediscano, come seguirle senza sminuire la differenza (criterio fondamentale del mercato sotto il nome di differenziazione/posizionamento), come se in che misura e quando violarle.
    Non poco come ovvietà.

  5. semioticmonkey dice:

    ps. chiarisco che la parte dedicata alla ‘progettualità’ risponde alle obiezioni di livio cui la seconda persona singolare nel discorso si riferisce.

  6. livio dice:

    Rispondo con una citazione: Content precedes design. Design in the absence of content is not design, it’s decoration.
    Jeffrey Zeldman

    Da dizionario, forma mentis è: struttura mentale che determina il modo di considerare e interpretare la realtà e che si forma nell’individuo per indole, educazione, cultura e influenze esterne

    Basta questa struttura a fare un buon professionista? certo che no…

    fruibile e usabile: mi riferivo all’intervento in una conferenza di una persona che dichiarava: siccome il termine usabilità non esiste in italiano abbiamo usato frubilità.

    ps: per favore, la discussione è bella, ma i commenti troppo lunghi si fa fatica.

  7. Marco Bertoni dice:

    Ciao Livio, come diciamo noi a Genova con la citazione di Zeldman vieni nel mio caruggio.

    Sulla forma mentis però continuo a non essere d’accordo, proprio sulle basi del significato del sintagma. Userò nuovamente la metafora del panettiere, che mi diverte non poco.

    Pino Michetta è un apprendista panettiere che fa il suo apprendistato da Mastro Baguette, un panettiere illuminato, che gli insegna le buone regole della tradizione, gli fa studiare i “classici” dell’arte della panificazione incoraggiandolo al contempo alla creatività, per fare un pane innovativo, bello, sano e “per tutti”. Pino è anche un professionsita curioso, che sperimenta spesso le nuove vie della panificazione, superando in questo il suo maestro. E’ probabile che Pino, con queste basi, negli anni di pratica sviluppi la forma mentis, chiamiamola del “panettiere illuminato”. E questa struttura mentale (fatta di indole + educazione + cultura + influenze) basta eccome per fare di Pino un ottimo panettiere.

    Gino Ciabatta è un apprendista panettiere che fa il suo apprendistato da Mastro Puzzetta, un panettiere di terzordine famoso per l’insipienza del suo pane e la cattiva abitudine di impacchettarlo in almeno dieci sacchetti, per aumentarne il peso e così guadagnare di più. Per Gino, che non conosce il classici della panificazione, il metodo Puzzetta è l’unica verità sul pane. Puzzetta è anche un despota che malmena Gino ogni qual volta egli si mostra in disaccordo con una qualsiasi delle nefandezze culinarie del Maestro. Per qualche strana ragione però la gente continua a comprare il pane di Puzzetta. Non perché sia buono, ma perché le abitudini son dure a morire. E’ probabile che Gino, nonostante la sua indole, con questa cattiva educazione, l’assenza di cultura e queste influenze nefaste sviluppi negli anni la forma mentis del “panettiere puzzone”. Gino però non è irrecuperabile: come molti ex-apprendisti di Puzzetta han fatto prima di lui, può rivolgersi all’Anonima Panettieri, il cui primo dei dodici passi è dichiarare (perlopiù a se stessi) “Mi chiamo Gino Ciabatta e sono un panettiere puzzone”.

  8. livio dice:

    Mi piace la storiella e anche i webmaster infarinati, però quanti Mastro Baguette ci sono in giro?

  9. Marco Bertoni dice:

    Pochi davvero temo…

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