Semplicemente

Il potere del linguaggio

Giovedì 24 Luglio 2008 Marco Bertoni, ultimo aggiornamento: Giovedì 24 Luglio 2008.

La proprietà di linguaggio è potere. Per esempio, la credibilità e l’influenza di alcuni autori sono calcolate in misura inversamente proporzionale alla chiarezza dei loro scritti. Meno mi capisci, maggiore è il timore reverenziale che hai di me. Ovviamente nessuno ammette facilmente di non capire, ed è così che alcune idee bizzarre si sono diffuse nel mondo.

Un esempio spettacolare è il seguente brano di Félix Guattari, psicoterapeuta e filosofo francese:1

Appare con chiarezza come non esista alcuna corrispondenza univoca fra anelli lineari significanti o, se si preferisce, archeoscritture, e catalisi macchinica multidimensionale e multi referenziale. La simmetria di scala, la trasversalità, il carattere patico e non discorsivo dell’espansione: tutte queste dimensioni ci fanno uscire dalla logica del terzo escluso e ci confortano nell’esodo da quel binarismo ontologico che abbiamo precedentemente denunciato.

Nel 1996 il fisico Alan Sokol decise di fare uno scherzo alla comunità postmodernista scrivendo un saggio completamente insensato, ma grammaticalmente corretto e scritto usando il gergo postmodernista, dal titolo emblematico: “Violare i confini: verso un’ermeneutica trasformativa della gravità quantistica”. Il saggio fu accettato e pubblicato da una importante rivista postmodernista.

Se hai capito perfettamente di cosa parla Guattari, oltre ad una psicoterapia, ti consiglio di visitare il Postmodernism Generator, un generatore automatico di studi postmoderni, che smaschera in modo divertente l’inconsistenza di taluni scritti e, forse, di talune scuole di pensiero. Questo non significa che la complessità narrativa è sempre un bluff. Ma è sicuro che se desideri una cattedra all’università, aiuta.

Note

  1. Félix Guattari, Caosmosi, trad. it. di Massimiliano Guareschi, Genova, Costa & Nolan, 2007, p. 64, citato in Mark Buchanan, L’Atomo Sociale, Milano, Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., 2008, p. 210. [indietro]

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Ladri di contenuti

Domenica 20 Luglio 2008 Marco Bertoni, ultimo aggiornamento: Domenica 20 Luglio 2008.

Chi non ha idee, ruba quelle degli altri.

Ieri mi è successo di trovare un mio articolo copiato e incollato in un sito commerciale di pessima qualità, del quale non farò ovviamente il nome.

Ne ho chiesto la rimozione immediata, ed è stato fatto, non senza qualche polemicuccia. Dato che i ladri spesso al posto di scusarsi attaccano.

Questo episodio sgradevole, comunque, mi serve come spunto per chiarire alcune cose:

I contenuti di questo blog sono tutti sottoposti a una licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia. Vediamo cosa significa:

Il lettore è libero di riprodurre, distribuire, comunicare al pubblico, esporre in pubblico, rappresentare, eseguire e recitare quest’opera (oppure ballarci la rumba, fumarsela ecc.) ma solo alle seguenti condizioni:

  • Attribuzione. Devi attribuire la paternità dell’opera a Marco Bertoni (e aggiungere obbligatoriamente un link all’articolo originale) e non devi in alcun modo suggerire che io avalli te o il modo in cui tu usi l’opera.
  • Non commerciale. Non puoi usare quest’opera per fini commerciali. Non solo non puoi “venderla” o usarla per fare soldi (per esempio come materiale di un corso in cui sei il docente), ma non puoi usare la mia opera se hai un sito commerciale, se vendi un prodotto e così via.
  • Non opere derivate. Non puoi alterare o trasformare quest’opera, né usarla per crearne un’altra.

In conclusione, se sei uno studente o un professionista o un navigatore curioso che ha un blog non commerciale, o che userà il materiale per scopi non commerciali, puoi prendere tutto quello che vuoi purché citi l’autore (io), metti un link al mio sito e non modifichi l’opera.

Se sei un’azienda o un professionista la cui presenza sul web, o il modo con il quale intendi usare l’opera, ha fini commerciali ti è assolutamente vietato usare la robaccia che scrivo.

In tutti i casi, anche per chi rientra tra quelli che possono, fare copia e incolla di un intero articolo è a mio avviso un errore, molto meglio citarne qualche parte (utilizzando l’appropriato tag <blockquote>), fornire il collegamento all’articolo originale e aggiungere i propri commenti. Solo così si fa cultura: esprimendo le proprie opinioni e non limitandosi a riverberare quelle degli altri.

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Social Accessibility Project

Mercoledì 16 Luglio 2008 Marco Bertoni, ultimo aggiornamento: Mercoledì 16 Luglio 2008.

Ottenere l’accessibilità tramite la scrittura collaborativa di metadati. Con questo progetto di IBM non ci sono davvero più scuse.

Il servizio pilota è focalizzato sugli utenti di screen reader. L’utente che sperimenta un problema di accessibilità può segnalarlo immediatamente al server del progetto Social Accessibility. I volontari (chiamati supporters) saranno avvertiti e potranno rispondere creando e pubblicando il metadato di accessibilità richiesto, che servirà ad aiutare gli altri utenti che incontreranno gli stessi problemi.

Come funziona?

Il sistema consiste di tre parti:

  • un’estensione per gli utenti di screen reader;
  • un’estensione per i browser dei volontari;
  • un server che supporta tutti i servizi collaborativi.

Ed ecco un possibile scenario d’uso:

  1. Mentre naviga un utente di screen reader segnala un problema al server utilizzando una combinazione di tasti (dopo aver installato l’estensione per lo screen reader).
  2. Il server invia immediatamente la segnalazione ai supporter.
  3. I supporter interessati analizzano il problema utilizzando l’estensione del loro browser.
  4. I supporter discutono tra di loro le possibili soluzioni attraverso un’applicazione web sul server.
  5. I supporter creano un insieme di metadati per risolvere il problema e lo inviano al server.
  6. Quando l’utente visiterà nuovamente la pagina, sarà automaticamente corretta. Ogni utente di screen reader con installata l’estensione potrà quindi accedere alla versione accessibile della pagina.
  7. Se un utente desidera commentare i metadati o suggerire miglioramenti può inviare le sue considerazioni al server, saranno discusse ed eventualmente applicate.

Sconvolgente nella sua semplicità vero? Come ha detto il mio amico Nicola Palmarini segnalandomi questo progetto “magari il 2.0 serve a qualcosa”.

La cosa che mi stimola moltissimo di questo progetto è l’ambiente collaborativo, nel quale i soliti brontoloni dell’accessibilità potranno finalmente far qualcosa di concreto per gli altri e non limitarsi alle solite lamentele.

Insomma un progetto di social networking etico che diventa anche una palestra per l’autoapprendimento e la condivione della competenza. Non solo i navigatori disabili e i loro supporter tecnici ne trarranno vantaggio, ma anche gli autori dei siti “incriminati” che potranno apprendere le tecniche necessarie ad eliminare i problemi di accessibilità dei loro siti.

Ecco i riferimenti:

Complimenti davvero a IBM.

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Accessibilità e business

Sabato 12 Luglio 2008 Marco Bertoni, ultimo aggiornamento: Lunedì 14 Luglio 2008.

Mentre nel nostro paese l’accessibilità è considerata un costo, nel resto del mondo è un’opportunità di business.

The Customer Respect Group, ha recentemente pubblicato uno studio che mostra come grandi aziende che hanno investito strategicamente nella riduzione delle barriere digitali abbiano ricavato benefici economici dall’accessibilità.

Il rapporto affronta il problema da un’angolazione insolita: non si focalizza sui temi dell’esclusione sociale o dell’accessibilità dal punto di vista tecnico/normativo ma si rivolge ai decision makers aziendali utilizzando il puro linguaggio del business.

Vorrei evidenziare l’importanza di questo cambiamento di prospettiva nell’affrontare il problema dell’accesso. È incoraggiante infatti notare come in questo studio siano gli stessi manager a spiegare l’accessibilità come valore di business.

Un primo dato è che il livello di accessibilità dei siti analizzati (140 siti, punteggio assegnato in scala da 1 a 10)1 segue una distribuzione normale. Questo sfata il mito secondo il quale lo sforzo verso l’accessibilità sarebbe scarso o nullo nell’ambito business, con buona pace dell’italico ragliare sull’impossibilità economica dell’accessibilità.

Un’altra caratteristica metodologica interessante di questo studio è quella di aver intervistato direttamente le aziende con i siti web risultati più accessibili per comprenderne le motivazioni, piuttosto che limitarsi a criticare i meno accessibili. Un atteggiamento positivo quindi. Era ora.

A scanso di equivoci, la media dei punteggi ottenuti è 6, mentre i più meritevoli si attestano su una media di 7,9. Questo significa che l’accessibilità è un processo e non segue la logica del tutto o nulla. L’accessibilità tutta e subito non è (quasi mai) realistica, specialmente per una corporazione.

La percezione comune è che l’accessibilità sia una questione di rispetto di standard e norme. Ma i manager di queste aziende hanno preso decisioni empiriche basate sull’attrazione di nuovi clienti e/o sulla riduzione dei costi. La strategia è stata quella di rimuovere il più possibile gli ostacoli tra la corporazione e i suoi attuali o potenziali clienti. L’ethos quindi si unisce benissimo al business, se il manager è intelligente.

Ricordo che stiamo parlando di aziende come Bank of America, Procter & Gamble, General Electric, Wells Fargo & Co. ecc.

Il documento elenca una serie di casi di studio nei quali è evidente che la scelta di rendere il proprio sito web più accessibile è legata ad un chiaro obiettivo di business.

I manager intervistati hanno addirittura fornito una serie di lezioni e consigli che sarebbero molto utili ai loro deludenti omologhi italiani. Eccone qualche esempio2:

  • Inserisci l’accessibilità nel progetto fin da subito. Quando è possibile includi il tuo sforzo di accessibilità nel progetto complessivo del sito.
  • Iniziare con poco è un’alternativa. Se non sono previste importanti revisioni del sito, inizia a rendere accessibili le parti più visitate, più popolari: per esempio la lista dei prodotti, i report finanziari … o qualunque cosa sia lo scopo principale del tuo sito.
  • L’accessibilità non può essere raggiunta in una notte. L’accessibilità di un sito non può essere implementata d’un tratto, improvvisamente. Non più di quanto tu possa rendere accessibili tutte le sedi e i negozi della tua azienda in una sola notte. L’accessibilità di uno spazio è incorporata nell’architettura dell’edificio che lo contiene, e così deve essere per il tuo sito.
  • Internet non è solo per i giovani. Non tutti online hanno dieci decimi e dita agili. Tieni in mente gli obiettivi di business della tua azienda creando un sito che sia ordinato e facile da navigare. Minimizza la necessità di movimenti clicca-e-trascina. Elimina le finestre pop-up. Includi la possibilità di ridimensionare il testo.
  • I siti web riguardano la funzione non la forma. Ricorda ai tuoi designer e programmatori che lo scopo principale del tuo sito è la sostanza, non lo stile. Ma si paziente: indurli a pensare alla funzione piuttosto che alla forma potrebbe essere per loro un radicale cambio di mentalità.
  • Considera l’accessibilità come un vantaggio competitivo. Dove e quando possibile, promuovi la facilità d’uso del tuo sito. Può essere un segno distintivo chiave per la tua azienda.
  • Utilizza l’accessibilità come un modello per il business in generale. Considera quali barriere sono poste di fronte a un cliente, i luoghi fisici, il servizio telefonico per chi ha difficoltà uditive, i testi scritti in lingue differenti.

Insomma pare che in giro per il mondo ci siano veramente manager illuminati. E di conseguenza l’accessibilità dei siti di molte grandi aziende è in costante crescita. Questo rende ancor più triste la situazione generale italiana nella quale spesso dirigenti, project manager e designer ignorano del tutto il potenziale dell’accessibilità. Se non la osteggiano dichiaratamente!

Al di la dello specifico di questa ricerca, è ormai da anni che in rete si parla dei vantaggi dell’accessibilità per il business. Per esempio:

  • il miglioramento del posizionamento nei motori di ricerca, che amano il testo e il codice semanticamente ben strutturato;
  • l’alleggerimento del peso delle pagine che si traduce in risparmio di banda;
  • il miglioramento dell’usabilità, che si traduce in più utenti soddisfatti;
  • l’incremento del mercato grazie ai nuovi utenti e alla loro rete sociale;
  • il miglioramento dell’immagine dell’azienda ecc.

Considerare l’accessibilità come una concessione filantropica ai disabili è demenziale.

Tutta una serie di difficoltà nell’accesso all’informazione non sono per nulla legate a un problema “medico” dell’utente. È il retaggio culturale del secolo scorso che ci induce a interpretare la disabilità (e di conseguenza l’accessibilità) attraverso lo schermo deformante del modello medico.

Per esempio, l’incremento dell’età porta spesso a difficoltà di visione e/o destrezza manuale non classificabili come vere e proprie disabilità. Il numero di anziani che utilizzano internet è in costante crescita anche in Italia. Sembra che una persona su 12 abbia problemi di cecità ai colori. E così via.

Tutte queste persone sono potenziali clienti della tua azienda. Avrai maggiori probabilità che lo diventino davvero se il tuo sito è accessibile.

Ma non solo:

  • La banda larga in Italia non è ancora così diffusa come si sarebbe portati a credere dal rumore pubblicitario. Un sito accessibile è un sito più leggero da scaricare.
  • Ci sono sempre più persone che navigano con dispositivi mobile, come cellulari o palmari. Un sito accessibile è anche più compatibile.
  • Ci sono utenti (rassegniamoci) che navigano con gli script disabilitati. È saggio per un’azienda fregarsere di circa il 5% degli utenti della rete? O anche di un solo potenziale cliente? Non credo.

Non pare anche a voi che se alle vecchie stime sul numero di disabili in Italia, si sommassero tutte queste tipologie di utenti, raggiungeremmo percentuali di popolazione difficilmente ignorabili anche da un manager italiano?

Speriamo che se ne accorgano.

Note

  1. Non è importante in questa sede discutere la metodologia di benchmarking utilizzata o il dettaglio dei risultati statistici. Chi fosse interessato può leggere lo studio, o contattare gli autori. [indietro]
  2. Il testo dei suggerimenti non è completo o totalmente conforme all’originale: la traduzione è approssimativa, ho tagliato molto e la scelta degli stessi è casuale. Nuovamente consiglio di leggere l’originale. [indietro]

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Il cambio di rotta del CNIPA

Venerdì 11 Luglio 2008 Marco Bertoni, ultimo aggiornamento: Lunedì 14 Luglio 2008.

Accessibilità informatica, il CNIPA cambia rotta? è il titolo dell’articolo di Roberto Scano uscito oggi su Punto Informatico. Per chi ha a cuore l’accessibilità le notizie non sono buone. Ecco i miei commenti.

Roberto dice:

La logica che sconcerta è che in un contesto caratterizzato da grossi richiami a livello internazionale sull’e-inclusion e sull’impiego delle ICT a favore della categorie svantaggiate, al CNIPA non si modifica per fare meglio, ma si modifica per non fare più nulla, non ci si preoccupa di chi deve svolgere quelle funzioni: si è erogata formazione con grande soddisfazione degli utenti; ora al CNIPA non si farà più formazione, ma non si sa chi la farà o non si sa come qualcun’altro la potrà fare. Grazie alle intuizioni manageriali del CNIPA l’accessibilità sta implodendo e viene affidata solo alla buona volontà degli utenti pubblici o privati.

Il capitolo sul blocco della formazione da parte del CNIPA è sconcertante. Posso assicurare, dato che sono stato uno dei docenti, che oltre a riscuotere il favore dei partecipanti questi corsi rispondevano solo parzialmente (una o massimo due edizioni all’anno) alla enome domanda di formazione da parte dei dipendenti delle Pubbliche Amministrazioni. Ed erano un motivo di vanto per il CNIPA. Ora in effetti è tutto fermo.

Questo clima è percepito globalmente: negli anni scorsi, pensando che l’accessibilità fosse un business1, c’è stata una corsa alla formazione in tal senso. Molti si sono improvvisati esperti proponendo percorsi formativi delinquenziali, con docenti il cui curriculum non comprendeva neppure una voce che avesse a che fare con il tema. Per non parlare dei Master che alcune università hanno provato a proporre (meglio tacere). Infine la leggerezza con cui, nella corsa a diventare valutatore di accessibilità, alcuni risibili soggetti si sono improvvisati “esperti tecnici”. Ebbene ora è tutto calmo.

In Italia è difficile progettare percorsi a lungo termine. Ogni governo ha la tendenza infantile alla distruzione dei giocattoli del governo precedente. Siamo fatti così. Siamo fatti male.

Non risulta ad oggi alcuna procedura che consenta ai privati di ottenere il cosiddetto “bollino di conformità”.

Mentre quindi le P.A. possono autocertificarsi (ed al CNIPA è consentita solo la facoltà di consegnare l’autorizzazione all’uso del logo), il privato invece non può utilizzare un logo pensato proprio per il riconoscimento delle best practices da parte di soggetti non destinatari della Legge.

Questa è una delle assurdità che sta lentamente affossando l’accessibilità in Italia. C’è stata una forte domanda di accessibilità da parte delle società private. Non parlo a vanvera, ma per esperienza professionale. Molte di queste società si sono tirate indietro appena saputo che il loro sforzo non sarebbe stato riconosciuto dal CNIPA. Lo so, in un mondo perfetto non ci sarebbe bisogno di medaglie. Ma nel mondo reale si.

Ecco perché è assurdo che le Pubbliche Amministrazioni si possano autocertificare mentre i privati debbano sottoporsi alla radiografia da parte delle società di valutazione, senza neppure potersi poi fregiare del maledetto bollino. Non è equo. Questo ha gravemente allontanato il mondo del privato dall’accessibilità del Web. Oltre a stimolare l’autocertificazione selvaggia.

Come si potrà notare è necessario che chiunque abbia dei compiti specifici previsti dalla Legge debba assumersi le proprie responsabilità, ricordando che vi sono normative (vedasi ad esempio la Legge 67/2006) che consentono a qualsiasi cittadino discriminato dall’inaccessibilità dei servizi di rivolgersi al tribunale per la rimozione della “barriera digitale” con indennizzo dei danni (anche morali).

Il mio auspicio è che l’elefante che dorme si svegli. Che fiocchino le denunce. Che siano i cittadini a far bruciare il sedere ai dirigenti indolenti. A porre rimedio dal basso. Che le multinazionali e le aziende (o le azienducole) che remano contro per interesse (e i loro dipendenti/blogger prezzolati) si debbano adeguare senza musse, come si dice a Genova. In Italia, probabilmente, questa è l’unica strada praticabile per uscire da questo pantano.

Dopo tutto questo chiunque getterebbe la spugna dicendo: per l’ennesima volta l’Italia passa dalle stelle alle stalle… Ma in questo caso è un dovere di chiunque operare per garantire che ciò che stiamo portando avanti da anni - ovvero l’idea secondo cui l’accessibilità è un principio di sviluppo e non un “plug-in” da vendere al cliente - non venga accantonato a causa di mancata competenza e di errate scelte organizzative di qualchesia ente.

Esatto.

Note

  1. E qualche idiota ancora adesso pensa che Scano, o il sottoscritto, si faccia i miliardi con l’accessibilità. [indietro]

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